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Mensile di Bologna

“La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Già a sei mesi ero magneticamente attratto dal giradischi. Nell’adolescenza è nato l’amore per il rock e l’antagonismo con mio padre che ascoltava soprattutto musica classica. In quel periodo a Rossini rispondevo con Led Zeppelin. Poi c’è stato uno scambio, lui si è appassionato ai miei miti e io sono rimasto folgorato dalle arie di Stravinsky, Mahler e Beethoven per quasi vent’anni”.
Daniele Faraotti, nato a Forlì e bolognese d’adozione, oggi voce e chitarra della Faraotti Band con cui esegue i suoi brani, è da sempre ascoltatore onnivoro e divoratore di note.
Nelle diverse fasi della sua formazione artistica ha frequentato più generi, vivendo con ciascuno un rapporto intenso e unico, dall’amore viscerale per i Beatles, King Crimson, Led Zeppelin e Rolling Stones, alla totale devozione per i grandi compositori classici nel periodo degli studi accademici, fino a cedere al fascino irresistibile della sperimentazione, ammaliato dallo spirito della rottura delle “avanguardie colt”.
Tante frequentazioni senza mai sposarne nessuna. Qualsiasi genere codificato sembra sempre stargli stresso, mentre quasi inconsapevolmente si alimenta di una personalissima e originale identità musicale.
Per molti anni Faraotti vive la propria passione in una dimensione intima e solitaria. Gli studi di chitarra classica e di composizione al Conservatorio soddisfano la sete di conoscenza ma lo portano a chiudersi nel proprio mondo. Le idee trovano libera espressione in note e parole appuntate qua e là che poi, quasi per caso, si incontrano dando vita a brani di sorprendente coerenza e organicità, ma destinati per anni a rimanere chiusi in un cassetto. La gratificazione si alimenta dei frutti della creatività, invocata come una dea. Questo modo di vivere la musica, che terrà Faraotti lontano dal palcoscenico per molto tempo, viene immortalato nel testo “Ciò che non sei più”, brano che il cantautore considera un po’ come il suo manifesto artistico delle origini.
Sarà una serie di incontri e collaborazioni con altri musicisti a far uscire pian piano quei pezzi dal cassetto. Il primo, importante, avviene nel ’94. “Grazie all’amico Marco Coppi, nasce la possibilità di lavorare con Patty Pravo – ricorda l’artista – per il suo album “Ideogrammi” scrivo l’arrangiamento dei brano “La Vita” che debutta al “Roxy Bar”, trasmissione televisiva condotta da Red Ronnie. Questo episodio, che purtroppo non porterà nell’immediato ad altre collaborazioni illustri, determina però una svolta nel proprio percorso, riavvicinandomi alla canzone dopo un lungo periodo di distacco. Fatto dovuto principalmente all’isolamento dai generi contemporanei a cui si è portati dagli studi accademici, che sembrano ignorare qualsiasi innovazione musicale intervenuta nell’era moderna. Anche la comparsa di nuovi artisti di grande talento, come Radio Head e Jef Barkley, capaci di rivitalizzare il mio interesse pr la musica, contribuiranno a questo ritorno.”
Alla fine, la canzone si dimostra un linguaggio capace di sintetizzare tutte le precedenti esperienze e Faraotti sembra oggi aver trovato proprio nella mancata appartenenza a qualsiasi genere pre-codificato la propria identità artistica.
Successivi incontri con musicisti di grande esperienza come Claudio Lolli, Franz Campi, Ernesto Geldes ed Enrico Mazzotti spingono il cantautore bolognese verso un sempre maggiore desiderio di finalizzare la propria produzione musicale all’esibizione sul palco.
Da alcune delle appena citate collaborazioni nasce la Faraotti Band, come spiega lo stesso compositore: “inizialmente il gruppo era costituito da cinque elementi, oggi siamo in tre, con Geldes alla batteria e Mazzotti al basso. Abbiamo scoperto che questa formazione conferiva maggiore sintesi alle canzoni e siamo rimasti così”. Quando esiste un gruppo, il confronto col pubblico diventa quasi una necessità e si cercano continuamente nuove opportunità per farsi conoscere. La musica smette di essere uno spazio intimo e personale e diventa un’idea da condividere. Poi, pian piano, arrivano anche le conferme e gli apprezzamenti. Nel 2005 la Faraotti Band partecipa al Meeting delle etichette indipendenti di Forlì, presentando la canzone “Ciò che non sei più” che poi ottiene ottime recensioni da un pubblico di ascoltatori appassionati ed esigenti sul portale “Musica libera”. Oggi, “Ciò che non sei più” è anche il titolo dell’album esordio della band che sarà presentato il 23 maggio prossimo sul palco del locale bolognese Le Scuderie, per poi essere distribuito nei migliori negozi di musica.
“L’album era già pronto da alcuni anni – commenta Faraotti – dovevamo solo decidere di lanciarci e trovare un’etichetta che credesse nel nostro lavoro. Oggi, grazie all’Alka Record il sogno di è realizzato e siamo pronti ad uscire con una raccolta ricca di spunti, contaminazioni, influenze, fatta di 16 canzoni, 4 interludi strumentali e una ripresa”.
Come anticipa la copertina che immortala un effetto di dissolvenza e movimento creato dal riverbero dell’acqua, il contenuto musicale è difficilmente codificabile. Una singolare fusione di suoni e accordi mischia il Rock al Pop e fonde l’Indie al Progressive con sfumature provenienti anche da generi apparentemente molto lontani. La canzone per questo compositore è realmente un luogo in cui sentirsi liberi di sperimentare, creare, uscire dalle gabbie rigide e pre-costituite del mercato discografico.
Con l’uscita del primo album, accompagnato dal singolo “Tico Tico - Ciò che non sai più”, il ghiaccio è rotto ed ora si guarda avanti, alle date dei prossimi concerti e a nuovi progetti.
Simona Marcosignori

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